Una mostra speciale dedicata alle donne abusate

Quello della violenza sulle donne, in qualsiasi forma essa venga esercitata, sia psicologica che fisica, fino ad arrivare all’omicidio, è purtroppo un tema di grande attualità negli ultimi tempi.
Sono quotidiani gli episodi di violenza che ci vengono raccontati dai telegiornali e dai giornali.

E spiace constatare che ancora oggi, nel 2017, in un occidente progredito e cosmopolita, questi episodi vengano molto spesso seguiti da quello che diventa un vero e proprio processo alle vittime.

“Se l’è cercata”, “Ha provocato”, sono le accuse più frequenti che chi subisce violenza si sente da sempre rivolgere. Non dimentichiamo che, volendo fare un esempio eccellente, Franca Rame raccontò che quando denunciò lo stupro subito da parte di un gruppo neofascista, si sentì chiedere se durante la violenza aveva provato piacere e, se sì, quante volte. Franca Rame fu stuprata il 9 Marzo del 1973 . Fa male pensare che, in quasi cinquant’anni di storia e progresso, le cose non siano cambiate poi molto. Anzi, oggi il fenomeno, complice la cassa di risonanza dei social network, si è ingigantito e la vittima diventa in rete il bersaglio di mille illazioni e altrettante offese.

Foto: Stato Quotidiano

Non starò a ripetere che nulla giustifica uno stupro perché mi pare così ovvio e scontato che mi sembra banale anche solo pensarlo.

Preferisco invece parlarvi di una mostra, che presto sarà anche online e quindi fruibile da tutti, che mira proprio a insinuare un dubbio in coloro che puntano il dito sulle vittime, criminalizzando un loro atteggiamento o la loro immagine e deresponsabilizzando invece il carnefice.

La mostra si chiama “What were you wearing?” (Cosa indossavi?) ed è stata pensata, voluta e organizzata presso l’ateneo di Kansas City da Jen Brockman, direttrice del “Centro per la prevenzione e formazione sessuale” del Kansas, insieme alla dottoressa Mary Wyandt-Hiebert.

Foto: La27esima ora Repubblica

In mostra ci sono 18 outfit di persone (non solo donne, c’è anche la storia di un uomo) che hanno subito abusi sessuali e, accanto a ogni outfit, la storia della vittima e dell’abuso subito.

Il Chicago Tribune scrive che l’idea è quella di annullare il senso di colpa delle vittime, ma può essere un buon modo per far riflettere anche coloro che troppo spesso ancora vedono nell’abbigliamento di una donna un intento provocatorio.

“Vogliamo che le persone possano vedere se stesse riflesse nelle storie e negli abiti”, dice la creatrice della mostra. E sono appunto storie e abiti di vita comune: abitini, t-shirt, maglioni come quelli che chiunque ha nel proprio armadio.

“Molti sopravvissuti hanno visitato la mostra e hanno capito che non avevano alcuna colpa”, conclude poi la Brockman, soddisfatta dell’importante risultato raggiunto.

Perché, come sostiene anche l’ex vicepresidente USA, Joe Biden, <<avremo avuto successo solo quando nessuna donna abusata si chiederà più “Che cosa ho fatto?” >>

Joe Biden

"Se siete troppo ubriache per dare il consenso, non si tratta di consenso. Una giovane donna qui presente potrebbe spogliarsi e camminare fuori dalla porta: verrebbe arrestata per atto di esibizionismo, ma nessun uomo avrebbe il diritto di toccarla" – Joe Biden, 47° Vicepresidente degli USA

Pubblicato da Freeda su Lunedì 11 settembre 2017

 

 

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